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È morto il poeta Paolo Bertolani, il custode delle voci, un amico


Oggi 19 febbraio ci siamo svegliati con una brutta notizia: ci ha lasciati il poeta Paolo Bertolani. Tutti sapevano da tempo che Paolo era molto malato ma volevamo sperare nell’impossibile; lui stesso con quella voglia di vivere, che sembrava inestinguibile, ci dava questa speranza tutte le volte che, con enormi difficoltà, trovava le forze per mostrarsi in pubblico e regalare momenti poetici di assoluta bellezza. Abbiamo cercato di trovare alcune parole di ricordo nel grande dolore che ci assale in queste ore.


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Paolo Bertolani, classe 1931, sin dagli anni Sessanta ha scritto versi di rara bellezza, alternando la sua poesia in lingua con quello che lo renderà famoso a livello nazionale: il dialetto della Serra (piccolo borgo collinare alle spalle di Lerici) che egli per primo aveva consacrato ad una tradizione letteraria. Bertolani era approdato a questa lingua, segreta e domestica allo stesso tempo, dopo un lungo percorso di riflessione artistica, che derivava, in parte, anche dalla assidua frequentazione di grandi personalità letterarie: Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni e Mario Soldati. Notevolissime sono anche le rare opere narrative, che si alimentano della stessa materia letteraria delle poesie: la vita semplice ma preziosa della campagna in cui si affaccia una umanità che è naturalmente antagonista allo “stato delle cose” e continuamente si ribella alla miseria e alle sofferenze passate e presenti. Onnipresente è il tema della memoria, che Bertolani mette al centro di tutto il suo “fare” artistico, attraverso l’immagine lirica delle «voci». Le voci quelle del ciclo eterno della natura ma anche, e soprattutto, quelle dei nostri morti che continuano a parlarci, ad interrogarci e che ci invitano a non credere alle capziose mitologie del progresso, che spesso nascondono, sotto una nuova veste, vecchie forme di sfruttamento, antiche quanto antica è la storia dell’uomo. Scrivere allora diventa il solo modo con cui il poeta può dare voce al suo sdegno, al suo «pensiero arrabbiato», contro quello che Pier Paolo Pasolini chiamava lo «sviluppo senza progresso» del nostro paese; è il tentativo, seppur disperato, di porre argine a quella sparizione di un universo antropologico popolare, di cui la generazione di Paolo è stata l’ultima e orgogliosa testimone. Con questa resistenza doverosa e necessaria (scrivere, dice infatti il poeta, «è un folle/ piantare alberi appena/sotto il vulcano») Bertolani sembra far suo il monito brechtiano contenuto nel celebre verso «diffendete le nostre verità». E l’evocazione del passato – che non è mai banalizzata in una semplicistica felicità georgica ma vista come un grumo di dolore – assume il compito di questa “resistenza” in svariati modi: per prima cosa serve a esorcizzare la morte: sia quella che incombe sul presente (sull’autore ormai vecchio e malato) sia per sanare le ferite non ancora rimarginate che a quel passato sono ascrivibili (si pensi alla tragedia collettiva della guerra che trova nelle pagine del poeta una sentita drammaticità). Paolo Bertolani con la sua poesia ha messo in campo, consapevolmente, una «eresia contro i tempi», il controcanto alla stupidità del nostro tempo presente, il rifiuto della superficialità che regna in questo mondo impazzito. Paolo ha incarnato superbamente, seppur nei modi schivi che lo caratterizzavano, quello che, per usare ancora una volta le parole di Pasolini, dovrebbe essere sempre e comunque un poeta: «una contestazione vivente».

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Molto, troppo, si dovrebbe dire di questo poeta, che è senza dubbio tra i più grandi della poesia italiana contemporanea, ma in queste ore di dolore ci preme ricordare l’uomo, l’amico, «l’inconsapevole ispiratore» (come ci piaceva confessargli ogni tanto). Infatti Archivi della Resistenza non esisterebbe se non fosse esistita la poesia di Paolo; del suo canto ci aveva fatto innamorare questa capacità di dare voce a chi non l’ha mai avuta, l’insegnamento profondo che coglievamo tra le righe, a fare sì che le nostre armi intellettuali potessero, dovessero, essere messe al servizio degli offesi della terra, di quella civiltà contadina e operaia di cui ci parlava nelle opere e verso cui nutriva un profondo sentimento di appartenenza. Quando, qualche anno fa, lo abbiamo conosciuto di persona, Paolo non immaginava (ed era l’effetto di una sincera modestia che è solo dei grandi) quanto i suoi libri ci avessero “fatto crescere” intellettualmente e politicamente, ci ascoltava quasi stupito quando gli dicemmo che lo consideravamo un maestro, e non solo per quanto riguarda la poesia. Del resto i suoi personaggi letterari non erano diversi da quei partigiani che, a sessant’anni di distanza, andiamo a riscoprire, con il lavoro dell’associazione, nelle loro umili e bellissime case, a chiedere di raccontarci ciò che è stato. Un forte stimolo ci arrivava, e ci arriva, soprattutto dai suoi libri, in cui avevamo potuto leggere, come in filigrana, un manifesto programmatico delle nostre ricerche storiche dal basso.

Il nostro festival della Resistenza “Fino al cuore della rivolta”, trae il nome proprio da un verso di una poesia di Bertolani dedicata al padre partigiano; e come per ringraziarci di questo omaggio alla sua opera, nell’agosto del 2005 Paolo, già malato, salì sul palco al Museo della Resistenza di Fosdinovo per recitare alcune sue splendide poesie, in una serata che resterà indimenticabile (il filmato viene pubblicato per la prima volta in Archivio video).

Come appartenente ad una famiglia antifascista, Paolo apprezzava il nostro lavoro (e ciò ci riempiva di orgoglio), gli sembrava quasi un giusto omaggio a quelle persone che lui, poco più di un bambino, aveva visto pagare un caro prezzo per il loro impegno nella lotta per la conquista della Libertà. Anche se ragioni anagrafiche non lo consentirono, Paolo in realtà era un partigiano, lo è stato per tutta la vita, nel significato che Gramsci dava a questa parola: Paolo infatti non stava a guardare dalla finestra, ma sentiva il dovere di parteggiare sempre, e soprattutto odiava l’indifferenza.

Questa è l’eredità che ci lascia il grande poeta e amico, ed è una eredità che riguarda tutti quelli che non vogliono essere insensibili ai destini dell’umanità. A noi di Archivi della Resistenza rimarranno anche i ricordi dei momenti bellissimi passati insieme, gli affetti condivisi, il continuare a coltivare l’idea di un mondo migliore.

In questo momento il nostro pensiero commosso va alla famiglia di Paolo e a tutti i suoi amici. Ci uniamo in un forte abbraccio alla carissima Mariangela.

Caro Paolo che la terra sia lieve.

Domani, 20 febbraio, alle ore 16 si terrà la cerimonia in civile presso il Cimitero di Narbostro a Lerici. Noi di Archivi della Resistenza ci saremo, con le bandiere rosse (senza simboli di partito), le bandiere della pace e quelle dell’ANPI (Lerici, Arcola e altre sezioni ancora), così come era volontà di Paolo.


Abbiamo dedicato una sezione del forum al ricordo di Paolo Bertolani, se vuoi intervenire clicca qui

Per vedere il video di Fino al cuore della rivolta, con la lettura di Paolo Bertolani clicca qui

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