Archivi della Resistenza - Circolo Edoardo Bassignani
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Qui di seguito si dà come anticipazione il primo capitolo di un libro di memorie, di prossima pubblicazione. L’autore è il leggendario Paolino Ranieri (classe 1912), antifascista processato dal Tribunale speciale, commissario politico della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” e, nel dopoguerra, sindaco del P.C.I. a Sarzana, per venticinque anni. Paolino, nome di battaglia «Andrea», è stato un attivissimo partigiano che si impegnava nella salvaguardia della memoria storica, ma anche nelle battaglie contemporanee, in favore della democrazia e della giustizia sociale.

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Paolino Ranieri
Memorie di un barbiere (antifascista)

Sono un figlio unico di madre vedova, mio padre non l’ho conosciuto, mi raccontano che avevo diciotto mesi quando è morto. Dopo la sua morte, io e mia madre siamo andati a vivere con i nonni materni. Mio nonno era socio fondatore della Società di Mutuo Soccorso, perciò a quell’epoca era già di orientamenti socialisti. Lavorava come pasticcere all’allora Biscottificio Frediani che era rinomato a livello internazionale perché serviva i mercantili che facevano la traversata dell’Atlantico. Nella fabbrica di Sarzana si producevano biscotti, dolci, buccellati e altre cose ancora. Penso che vivere con questo mio nonno abbia contribuito molto alla mia formazione. Il sabato, dopo aver lavorato tutta la settimana, sapeva che il giorno seguente non sarebbe andato a lavorare e beveva qualche bicchiere di vino in più. Così alla sera arrivava a casa piuttosto allegro e mi cantava le opere, perché conosceva molto bene la lirica e io, sebbene fossi ancora un bambino, ero l’unico della famiglia che lo stava ad ascoltare, perché in fondo piaceva anche a me. Penso che questi episodi abbiano contribuito alla mia formazione politica, perché le opere e le romanze che mio nonno cantava avevano spesso un significato di carattere sociale.

In quegli anni andavo a scuola, ma dopo aver fatto la quinta elementare, siccome la mia costituzione era, come continua ad esserlo, piuttosto delicata – insomma ero magrissimo – mia madre ha pensato di trovarmi un lavoro adatto. Avevo uno zio venuto dalla Francia, che si era sposato con la sorella di mia madre, ed era parrucchiere. Aveva aperto il negozio a Sarzana e mi hanno mandato da lui a fare il parrucchiere, perché secondo mia madre era un mestiere che si confaceva al mio fisico. A undici anni sono quindi andato a lavorare come garzone in questo negozio, dove – magari perché lo zio era venuto dalla Francia – sentivo fare dei discorsi che erano un po’ contrari al fascismo, anche se facevano tutti molta attenzione.

Sono rimasto in questo negozio da barbiere e lì sono cresciuto anche se continuavo a frequentare i miei amici. Tra questi c’era anche un certo Pierino Andreani mio coetaneo, che è scomparso da un paio di anni. Suo padre era un anarchico, e con Pierino che sapeva suonare la chitarra, cantavamo di nascosto delle canzoni che erano contro il fascismo: Addio Lugano Bella e poi cantavamo una canzone che riguardava Sarzana. A quell’epoca nel comune era prevalente l’attività agricola, e c’erano cinque o sei grossi proprietari, come il Monte dei Paschi di Siena, il Conte Piccedi, il Marchese Perazzo. Adesso le cose sono diverse, la proprietà si è spezzettata con tanti piccoli proprietari, ma allora c’era la mezzadria: da una parte questi grandi proprietari terrieri e dall’altra i contadini che erano quasi tutti mezzadri. La canzone che cantavamo era in difesa dei mezzadri, il ritornello era questo:

Si lamenta il contadino

tutto il giorno poverino

porta i sacchi sulla schiena

fa le ossa di balena

non sa cantar, non sa ballar

la carne col vin bon

se la mangia il suo padron

Queste cose le facevano di nascosto, insomma, io dico che inconsapevolmente già da ragazzo cominciavo a fare una politica antifascista, un esempio è appunto questo di quando si andava con la chitarra a cantare Addio Lugano Bella o la canzone dei mezzadri.

Avevo altri amici che erano figli di antifascisti, anche con loro si parlava ma con molta attenzione perché nel periodo fascista era pericoloso. Poi è capitato un fatto significativo: un maestro sarzanese di scuola elementare, che si chiamava Valentino Bernardini, aveva preferito rinunciare all’insegnamento piuttosto che iscriversi al partito fascista. Siamo nell’epoca che anche ai professori delle università italiane veniva chiesto un atto di sottomissione al fascismo; oltre ai ben noti dodici professori universitari, c’erano casi analoghi nelle scuole elementari. Il maestro Bernardini era un cliente di mio zio e un giorno che era venuto a farsi la barba è arrivata sulla porta una squadra di fascisti. L’hanno chiamato e lui è andato fuori con la faccia ancora insaponata e gli hanno fatto bere un quartino di olio di ricino come punizione per la sua presa di posizione.

Questo episodio ha fatto traboccare il vaso, mentre prima le mie esternazioni erano piuttosto attente, quell’episodio mi aveva segnato e le mie dichiarazioni contro il fascismo diventarono più aperte. Penso che è proprio in seguito a queste mie prese di posizione che è venuta a cercarmi una persona, un guardiano poco più anziano di me, e mi ha proposto di entrare nell’organizzazione clandestina antifascista. Io ho detto di sì, con entusiasmo perché pensavo che bisognava fare qualche cosa contro queste prepotenze ché alla sera, se uno non era iscritto al partito fascista, non poteva uscire di casa perché c’erano le squadre fasciste che lo riempivano di botte. Queste cose proprio non le sopportavo. Perciò io sono entrato nell’organizzazione antifascista clandestina non perché avevo un’idea politica o una preparazione politica, ma perché non sopportavo quelle cose che vedevo succedere tutti i giorni, che dei galantuomini, dei bravi padri di famiglia, dei lavoratori per non aver aderito al partito fascista dovevano subire le angherie e le botte.

Avevo due amici, più anziani di me di qualche anno, che avevano vinto un concorso alle Poste; erano andati a lavorare ma come dipendenti statali e se volevano rimanere dovevano aderire al fascismo. Questi due padri di famiglia piuttosto di iscriversi al partito fascista avevano preferito rinunciare al posto. Uno di loro era il ragioniere Nenchi, che poi è stato assessore alle finanze quando io ero sindaco. Queste cose io non le sopportavo, mi sembrava qualcosa fuori del mondo.

Così andavo alla ricerca di un qualche cosa da fare, mi dicevo: «è possibile che non si può fare niente di fronte a queste angherie, a queste prepotenze?». Ero anche arrivato a iscrivermi all’Azione Cattolica, che a quell’epoca era l’unica associazione rimasta in piedi. Io pensavo che non essendo un’associazione fascista, andando lì si potesse fare qualche cosa di diverso da quello che faceva il fascismo. Dopo essermi iscritto partecipavo con convinzione e cercavo di seguire quello che l’associazione faceva. Poi, nel 1928, il fascismo ha sciolto anche l’Azione Cattolica perché dava noia e del resto erano già state sciolte tutte le associazioni, anche quelle di carattere sportivo che non erano apertamente fasciste. Io ricordo che continuavo a portare il distintivo dell’Azione Cattolica, anche se l’associazione era sciolta. Un giorno in Piazza Matteotti due giovani fascisti, un paio di anni più grandi di me, mi hanno fermato e mi hanno detto di togliermi il distintivo. Io ho detto di no, loro me lo hanno tolto, l’hanno buttato per terra e poi con i piedi l’hanno schiacciato. Poi sono andati via e io ho raccolto il mio distintivo e l’ho portato via. Anche questo fatto penso che abbia influito molto sulla mia formazione, queste prepotenze… «tu levati il distintivo», questi atti di imperio non li riuscivo ad accettare.

Tutti questi episodi hanno determinato che quando mi è stata fatta la proposta di entrare nell’organizzazione clandestina ho detto subito di sì e ho accettato anche se il compagno mi ha detto: «tu accetti, stai attento però, te lo dico prima, che sarà questione di un anno, un anno e mezzo o due e vai a finire al confino o in galera. Guarda che tutti quelli che sono nell’organizzazione sono preparati: fra un anno, chi è più fortunato fra due anni, vanno a finire in carcere». Io ho accettato e sono entrato nell’organizzazione clandestina.

Nel frattempo lo zio barbiere aveva deciso di dedicarsi ad altre iniziative commerciali e con l’aiuto dei miei nonni sono diventato proprietario del negozio, che si trovava sotto il Comune. All’epoca tutto intorno all’edificio del Comune c’erano dei negozi: uno di stoffe, un’oreficeria e c’era appunto il negozio da barbiere. Il mio era il negozio più moderno e più bello di Sarzana, le prime poltrone da barbiere, quelle che lo schienale si buttava giù o si tirava su, sono state le mie. Ricordo che ero andato alla Fiera campionaria di Milano e quando ho visto questa novità delle poltrone da barbiere che si stendevano, si alzavano, si abbassavano, si potevano modellare nei confronti di chi c’era seduto, se era un bambino, se era uno alto o uno basso… io ho preso le quattro poltrone e le ho portate a Sarzana. Per questo il mio negozio era uno dei più eleganti che c’era a Sarzana, teneva conto di queste novità, che non erano soltanto nella poltrona, ma anche i primi dopobarba, tutte cose a cui stavo molto attento anche se, in verità, il barbiere non era un mestiere che mi piacesse molto. A quell’epoca c’erano, per fare degli esempi, i baffi alla Adolfo Mensù, un attore cinematografico che aveva un paio di baffetti tutti particolari e aveva lanciato questa moda: a me faceva diventare matto dover aggiustare questi baffi, lo facevo per mestiere, ma erano cose che mi davano noia. Perché c’era quello che veniva… «fammi la barba», «fammi i capelli», poi come glieli avevi fatti andava bene, però c’erano di quelli che ti facevano diventare pazzo prendevano lo specchio, si mettevano lì dietro… «mi pare che qui…» «tocca qui, tocca là»; erano cose che non facevo volentieri, insomma era un mestiere che facevo per vivere. Adesso i barbieri fanno domenica e lunedì di festa, ma all’epoca il negozio alla domenica era sempre aperto e il sabato, insieme ai miei due lavoranti, eravamo lì fino alle undici, alle volte anche le undici e mezza di sera, perché c’erano i giovani che uscivano e se volevano entrare in teatro per il veglione o la festa da ballo, alle dieci e mezza venivano dal barbiere per darsi la brillantina, per essere tutti lisciati, sbarbati e belli freschi. La moda del tempo era alla Rodolfo Valentino: i capelli molto tirati, la riga da una parte, molta brillantina.

Tra i fascisti di Sarzana bisognava fare delle distinzioni, c’era chi si iscriveva al partito perché doveva trovare da lavorare ed era ricattato ma c’era anche chi aderiva in modo convinto. Chi godeva di posizioni di privilegio dal punto di vista economico, in città o in provincia, aveva tutto l’interesse a iscriversi: ad esempio, prima del 21 luglio erano stati sfondati alcuni negozi, dove c’erano delle scarpe, da chi ne aveva bisogno. C’era una miseria che ti faceva fare queste cose, e allora i commercianti sentivano nel partito fascista come una protezione, la difesa di un interesse particolare. Poi c’erano i mascalzoni, che si iscrivevano perché erano dei bravi e formavano le squadracce fasciste che giravano a Sarzana per picchiare, le quali erano pagate da alcuni commercianti e industriali locali, ad esempio il pastificio Frediani e i fratelli Carpena. Si vedevano già allora le manifestazioni oceaniche dei fascisti e io penso che ci fosse stata anche della gente convinta tra di loro, del resto la gente aveva ormai soltanto una sola campana da poter ascoltare e; se si esclude il giornaletto che noi dell’organizzazione distribuivamo clandestinamente, non c’era nessuno che si contrapponeva al fascismo. Quando si andava al cinematografo, tu eri obbligato a vedere il film Luce, un documentario del periodo fascista, che c’era prima della proiezione, con Mussolini che andava a inaugurare un ospedale, un gerarca che inaugurava una strada e così via. Io cercavo di arrivare venti minuti dopo che apriva, per non guardare il film Luce, però se non entravi col tempo giusto avevi perso l’inizio e per vederlo nella proiezione successiva, ti riproponevano il filmato dell’Istituto Luce. Era una propaganda molto forte, ricordo che anche la mia fidanzata – alla quale non avevo mai detto che facevo parte dell’organizzazione clandestina, però esternavo dei miei giudizi nei confronti del fascismo – davanti a questi filmati e alle manifestazioni mi diceva: «Non vedi che tutta la gente è lì a manifestare, a salutare il duce romanamente?»

Ho avuto degli amici che con me facevano delle discussioni antifasciste, poi a un certo momento li ho visti con la camicia nera; era successo che erano andati a lavorare e forse anche per aumentare di grado, per migliorare la loro situazione economica, avevano preso quella strada. Non era facile sottrarsi, ad esempio, l’operaio che lavorava in Arsenale non solo doveva iscriversi al partito fascista, ma i fascisti ti tenevano d’occhio e non si accontentavano che indossassi il solo distintivo: quando c’era il 28 ottobre, l’anniversario della rivoluzione fascista, tutti si dovevano mettere in camicia nera, altrimenti ne tenevano conto e ti avrebbero senz’altro danneggiato. Per questo era talvolta difficile distinguere il fascista convinto da chi subiva soltanto il ricatto, così come era difficile capire di chi ti potevi fidare. Nel negozio da barbiere ho fatto propaganda coi miei clienti, ma stavo molto attento. Per esempio Baccinelli, che è stato un eroe della Resistenza, era un mio cliente, ma di lui non mi sono mai fidato. Andava a lavorare alla Spezia e arrivava in negozio con gli stivali, molto riservato, per lui non c’era che la moglie e la figlia. Era un tipo enigmatico ed era difficile tirargli fuori una parola, per questo non mi sono mai fidato, anche se sapevo che non era fascista. Poi quando è arrivato l’armistizio e l’8 settembre con mia grande sorpresa Baccinelli ci manda a dire: «io ho bisogno di parlare con Paolino o con Barontini», e siccome c’eravamo divisi i compiti, io ero ai monti a formare i primi gruppi dei resistenti e Barontini era al piano, che teneva i collegamenti con quelli del partito e con le altre formazioni partigiane, è andato lui. Lo abbiamo conosciuto solo allora come un fegataccio, che sapeva quello che faceva, anche se poi l’hanno ammazzato sul portone di casa. Secondo me è stato uno dei migliori.

Con il negozio vedevo molta gente ma sono stato prudente. Infatti con tutte le persone che ho contattato e che ho portato nell’organizzazione, non ho mai sbagliato; la spia è venuta da Spezia. Un elemento importante nella valutazione era quello della famiglia di provenienza, io contattavo quello là che era il figlio o il nipote di uno che era antifascista. Si partiva da questo aspetto, che secondo me contava molto, poi se quello con cui parlavo aveva un amico si procedeva. Quando sono stato reclutato, nel centro storico non c’era l’organizzazione clandestina, che era forte in periferia, soprattutto sotto la Passerella, perché là c’era la fornace di Saudino e i mezzadri che partecipavano al sommovimento antifascista. L’organizzazione era divisa in settori oltre a quello sotto la Passerella, c’era il settore della Bradia, di borgo Santa Caterina e di San Lazzaro. In città quindi non c’era l’organizzazione e il primo ad essere reclutato a Sarzana sono stato io; quando mi hanno arrestato c’erano ormai tre cellule di giovani nel settore del centro storico. Distribuire la stampa e le discussioni su quello che vi era scritto erano cose importanti, ma, ieri come oggi, ai giovani occorre dare anche un po’ di entusiasmo. Così mi era venuto in mente di mettere la bandiera rossa sul campanile della chiesa di Sant’Andrea. Così io chiamo i compagni e dico che bisogna mettere la bandiera. Di fronte a Sant’Andrea si trovava allora un bar dove c’era sempre della gente e siamo andati lì davanti al locale insieme a Enrico Umili, che era un operaio che faceva il ferro battuto, molto bravo. Ci siamo messi a scherzare di fronte alla porta del campanile e con due spintoni, Umili che aveva portato con sé lo stucco, è andato contro alla serratura e ha preso l’impronta, attraverso la quale ha poi il costruito la chiave. L’abbiamo fatto di notte, e andar su per le scale con la pila – adesso non so com’è il campanile di Sant’Andrea – era pericoloso perché potevano vederci da fuori, è stata una commedia andar sul campanile, passando di dentro, con scale di legno, mancava uno scalino, non era mica facile, è stata un’impresa, una conquista. Ma poi cos’è successo? Che metti la bandiera sul campanile di Sant’Andrea, e poi ci pensi dopo, che se passi da via Mazzini la bandiera non la vedi, da sotto, dalla città la bandiera sul campanile non la vedi, la vedevi dalla Fortezza, allora se andavi alla Fortezza vedevi la bandiera rossa sul campanile di Sant’Andrea, ma in città se passeggiavi non la vedevi. Abbiamo fatto tutta quell’impresa lì, quasi per niente, poi se ne sono accorti dalla Fortezza e hanno tolta la bandiera.

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